Devi credere soltanto che nella tua pazzia

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L’ingresso nell’istituzione da parte del paziente comporta l’immediata perdita di certi riferimenti: “una serie di umiliazioni, degradazioni e profanazioni del sé” che dà avvio ad un cambiamento radicale nella sua carriera morale.

VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=m1vUmzKf4nE&t=55s

LOCAZIONE E STRUTTURA

Il manicomio di Granzette è situato in via Vincenzo Chiurigi, Rovigo. Il perimetro che va a delimitare l’area è enorme e circondato da un canale: accedervi può essere facile come difficile, dipende tutto dall’entrata che si sceglie. Si può scavalcare i due cancelli principali attraversando il ponte (attenzione perché sarete molto in vista in quanto passeranno le macchine e dietro di voi ci sarà una schiera di case) oppure optare per un’entrata più stealth. Essere stealth significa passare attraverso un’area condominiale e con nonchalance saltare una corda che proibisce il passaggio oltre il ponte e l’accesso ai campi. Da lì girare a sinistra e andare diritti fino a che non si arriva davanti a un cancelletto chiuso con un semplice laccio.

Il manicomio ha una struttura semi-circolare a causa del canale che lo delimita tutto attorno. La sua disposizione circolare l’ha reso unico nel suo genere. L’architettura degli edifici è di stile neoclassico, ad esclusione della chiesa neogotica – esternamente- e stile eclettico -internamente-.

STORIA E LEGGENDE

Il progetto del manicomio risale al 1906 al fine di riunire tutti i matti polesani sparsi in 41 ospedali d’Italia. Dopo molti avvenimenti, sospensioni e uso della zona durante la prima guerra mondiale da parte dell’amministrazione militare, l’apertura del manicomio si svolge ufficialmente il 20 marzo 1930. Edificato per ospitare una media di 400 pazienti ne andrà ad accogliere molti di più.

Gli anni 1940-45 rappresentano un periodo di profonde difficoltà per il manicomio di Rovigo: la mancanza di medici e infermieri arruolati, le restrizioni di guerra, il sovraffollamento, la crisi economica – c’era solo un medico in carica, nessun personale infermieristico e l’uso di personale religioso, 15 suore, atte a sostituire il personale medico – ha reso questa situazione insopportabile. Ad aggravare ulteriormente la situazione è stata l’introduzione della macchina per l’elettrochockterapia nel 5 maggio 1941, dettata da un atto di Amministrazione Provinciale. L’ospedale psichiatrico successivamente è stato utilizzato dai nazisti-fascisti per rinchiuderci dentro prigionieri e posizionare alcune mitragliatrici e anti-aerei sul tetto degli edifici.

Dal 1930 al 1980 l’Ospedale Psichiatrico di Rovigo ha assolto “l’ospedalizzazione e il trattamento” dei malati mentali in tutta la provincia di Rovigo “accettando” migliaia di pazienti. Una funzione di “ricovero e trattamento” praticata con metodi considerati coercitivi e violenti come l’elettroshock e la terapia a base d’ insulina. Grazie alla Legge Basaglia la struttura fu finalmente chiusa il 31 dicembre 1997.

Al giorno d’oggi alcuni padiglioni sono stati chiusi, i documenti catalogati e raccolti in degli spazi appositi, e si organizzano delle visite guidate una volta al mese per rivivere la storia e la memoria di questo posto abbandonato.

 

Il tesoro dei tedeschi

Nel periodo dal 17 al 26 aprile 1945, tra tutti i corpi morti di soldati tedeschi nel fiume Adige, una donna avrebbe recuperato una nota destinata a Hans Mayer in cui si menzionava più volte il manicomio Granzette con la parola “oro”.

Voci raccontano di un gruppo di invasori tedeschi che, durante il ritiro nell’aprile del 1945, preoccupati di fare fronte al fiume Adige nuotando (i ponti furono distrutti), avrebbero nascosto una cassa piena di tesori nel manicomio di Granzette, già utilizzato in precedenza dalle truppe tedesche.

Il mistero del deposito abbandonato

Una dichiarazione da parte un’infermeria in pensione e dell’ex direttore del manicomio afferma la presenza di un deposito sotterraneo ubicato all’interno dell’area manicomiale. Si parla di un magazzino di esplosivi ed armi risalente al periodo della prima guerra mondiale.

Figlio ignoto

Luigino nasce nel 1945 dentro i bagni delle donne, da una paziente affetta da problemi mentali e padre sconosciuto. Il suo destino era di andare in orfanatrofio ma viene protetto da suora Teresa che lo prende personalmente in custodia. Diventato adulto, dopo un’esperienza in un ospedale di Milano, trova da lavorare proprio nello stesso manicomio dove è nato.

Luigino in the middle, the staff on the back**

 

Una fioca luce in lontananza e la fontana del manicomio

 

Parliamo di una storia di un paziente, o meglio un artista, che durante la sua permanenza nell’ospedale psichiatrico ha pitturato la bellezza di 48 dipinti murali (3×2 metri) in vari reparti. Con ciò riusciva a spalancare porte e finestre in muri di cemento armato, passare attraverso sbarre di acciaio, e aprire la mente in situazioni di chiusura completa.

Luogo emblematico e taumaturgico del manicomio è la fontana a conchiglia situata in una piazzola a lato della direzione. La sua forma a conchiglia ricorda la struttura a semi-cerchio del manicomio e rievoca un momento di rilessione. Due putti con in mano una cornucopia fanno fuoriuscire frutta e fiori assieme alle sofferenze degli internati del manicomio. Anch’essa è stata progettata dall’artista del manicomio. Statua della vergine Maria Dall’alto, posizionata sopra la lavanderia, si erge la statua della vergine Maria che protegge e benedice dal centro della struttura semi-circolare del manicomio tutto la zona circostante. Sotto la statua si può trovare una targhetta affissa nel muro con su scritto: “7 novembre 1945 (in numeri romani). L’immagine della Beata Vergine della medaglia miracolosa che dal sommo di questo edificio benedice i suoi fedeli, fu innalzata per voto unanime del personale e dei ricoverati di questo ospedale, per l’ottenuta grazia di averlo benignamente preservato dalle distruzioni della guerra 1940-45 che qui attorno largamente seminò rovine e morte. Ave Maria gratia plena”.

Statua della Vergine Maria

Girano voci che durante la notte – specie se di luna piena – riecheggino nell’area manicomiale urla e gemiti. Oltre a questo si sentono pure dei nomi di persone che, ripetuti uno dopo l’altro, come fosse un mantra, vanno a costituire una cantilena. In particolari momenti della notte i pazienti si risvegliano e fanno sentire la loro voce, le loro sofferenze e ciò che in momenti di chiusura totale non sono riusciti ad esprimere. Le loro urla si sono cristallizzate nel tempo e poco alla volta vengo rilasciate. Rimarranno per sempre qui, dentro i perimetri dell’istituto, fino a che un giorno qualcuno non benedirà le anime di questi poveri dannati.

 

I matti urlano

Girano voci che durante la notte – specie se di luna piena – riecheggino nell’area manicomiale urla e gemiti. Oltre a questo si sentono pure dei nomi di persone che, ripetuti uno dopo l’altro, come fosse un mantra, vanno a costituire una cantilena. In particolari momenti della notte i pazienti si risvegliano e fanno sentire la loro voce, le loro sofferenze e ciò che in momenti di chiusura totale non sono riusciti ad esprimere. Le loro urla si sono cristallizzate nel tempo e poco alla volta vengo rilasciate. Rimarranno per sempre qui, dentro i perimetri dell’istituto, fino a che un giorno qualcuno non benedirà le anime di questi poveri dannati.

Riti pagani

Una congrega di Malleghem*, derivante dai tempi del medioevo, si riunisce secondo tempi stabiliti davanti al reparto di neuropsichiatria. Durante le notti di luna piena o solstizi compiono riti di passaggio e di esorcizzazione in un momento di carnalità più assoluta: treni della gioia, conningulus e fellatoi, numeri da acrobati con contorsioni, posizioni del kamasutra, coiti e urla spasmodiche. *Nella lingua fiamminga del ‘500 mal è il pazzo, mentre ghem indica genericamente un luogo di abitazione, perciò la strega si trova in un paese di pazzi che, secondo la tradizione, erano straordinari consumatori di ogni tipo di pozione o medicinale e quindi erano facile preda dei ciarlatani. In questo caso le persone stanno accorrendo dalla strega per farsi estrarre dalla testa la pietra della follia. Ancora la tradizione, infatti, affermava che la follia si trovava nella testa delle persone sotto forma di pietra, e che l’estrazione di quest’ultima avrebbe comportato una completa guarigione. La strega, posizionata al suo tavolo di lavoro, mostra a una folla trepidante la pietra che ha appena estratto come prova delle proprie capacità mentre uno dei suoi complici, nascosto sotto al tavolo stesso, fruga in una cesta per passarle nuove pietre da sfoggiare agli astanti. Le sue labbra sono chiuse da un lucchetto che allude al segreto necessario al buon esito della truffa, e gli abitanti del villaggio, che non si sono accorti di nulla, sfoggiano pietre delle più svariate dimensioni a riprova della loro stoltezza.

 

Il guardiano

Una figura minacciosa, con le caratteristiche di un pazzo dai capelli lunghi e bianchi, ferma i visitatori occasionali e li minaccia con vari strumenti contundenti con lo scopo di farli scappare via. A Granzette è soprannominato “Piccià”, postino in pensione che abita in via Stazione Sperimentale, una strada chiusa e privata. Il guardiano afferma di avere avuto una “consegna” da parte di un referente dell’Ulss e di un dottore dell’ex Ospedale Psichiatrico, a non farci entrare nessuno.

 

Un po’ di sociologia

Le stesse procedure di ammissione comportano la sostanziale perdita di tutto ciò che di personale l’individuo possiede e la sua sostituzione con oggetti standardizzati e uniformi di proprietà dell’istituzione. La privazione di ogni oggetto legato al precedente status sociale si trasforma facilmente nel simbolo della nuova situazione di inadeguatezza personale. Il nome, sostituito da un numero di matricola, si accompagna a veri e propri test di obbedienza che servono a comunicare i vantaggi di un atteggiamento appropriamento deferente nei confronti delle autorità. Entra in atto un “processo di disculturazione”, vale a dire una mancanza di allenamento che rende l’internato incapace – temporaneamente – di maneggiare alcune situazioni tipiche della vita quotidiana del mondo esterno, se e quando egli vi faccia ritorno. A venire minata nel nuovo ambiente è soprattutto l’autonomia dell’azione: uno dei modi più espliciti in cui ciò avviene è quello di obbligare il malato a chiedere permesso o a domandare aiuto per attività minori. Le “domandine” hanno l’immediato effetto di minare l’autodeterminazione, l’autonomia e la libertà d’azione di cui gode qualsiasi uomo. Il quotidiano dell’istituzione diventa l’unico riferimento temporale e l’internato s’inserisce in un altro mondo profondamente strutturato. Il paziente è costretto a partecipare a dinamiche già consolidate relative alla definizione della propria appartenenza ad uno dei due gruppi contrapposti (ad uno o più sottogruppi di cui si costituisce il proprio gruppo di riferimento).

L’atmosfera del posto e la nostra esperienza

Un posto assolutamente intriso di storia, capace di comunicare molto più di qualsiasi altro posto che abbia visitato prima d’ora. La prima volta che siamo arrivati al manicomio (4 anni fa), tutto era ricoperto da una nebbia fittissima, quasi impenetrabile. La sensazione che ci ha dato il vedere questo posto, i padiglioni, l’immensità, la tragicità di cosa è successo è stato qualcosa di inequiparabile. Un manicomio racchiuso e inglobato nella sua stessa storia che non riesce a farsi conoscere se non attraverso noi esploratori. Ovunque andassimo era come se una voce ci seguisse, sussurrandoci nell’orecchio e facendoci capire che non eravamo soli. Altre volte la voce si sentiva da più distante e attraverso un’eco stridulo arrivava alla nostra testa, saltando direttamente a piedi pari il condotto uditivo e infiltrandosi dentro le nostre menti. La polvere sotto i nostri piedi e la nebbia che copriva il resto rendeva ancora più indefiniti i contorni e gli spazi che stavamo visitando. Le goccioline d’acqua formate dall’umidità si appoggiavano sui nostri cappucci e giacche, aumentando esponenzialmente la sensazione che qualcosa in quel momento ci stesse osservando potesse prendere forma. Era inverno e faceva freddo. La sedia a rotelle in bilico nelle scale, scheletri di letti, muri incrostati, corridoi bui e senza fine, referti di operazioni eseguite sui pazienti, apparecchi per l’elettroshock, siringhe … il tutto immerso in 20 ettari composti da 9 padiglioni, cortili e colonie agricole. La strada che abbiamo percorso per uscire da questa dimensione è stata alquanto impervia. Più volte ci siamo persi in mezzo ad alberi e rami che sembravano volessero afferrarci e chiederci di prolungare il nostro soggiorno. “Mi dispiace ma noi siamo solo di passaggio, non abbiamo alcuna intenzione di fermarci anche perché, tra poco, abbiamo il nostro ultimo treno per ritornare a casa. Abbiamo raccolto quello che volevamo, senza arrecare il benché minimo disturbo a voi anime. Spero possiate riposare in pace”.

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ON THE MAP:

**Historical Photos from the archive of redazione Biancoenero (https://redazionebiancoenero.wordpress.com/2010/08/16/storia-e-leggende-dal-manicomio-di-granzette/)

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