La Prigione dei Senzatetto

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Una prigione a porte a aperte, che riunisce sotto un unico tetto occupanti abusivi, senzatetto e spacciatori.

Posizione

Situata nel distretto di Durrës, non molto distante dalla stazione dei treni e degli autobus, la prigione abbandonata ha sempre avuto lo scopo di impressionare i viaggiatori giunti per la prima volta in questo punto di Podgorica. La prigione si affaccia direttamente sulla strada, si può facilmente entrare dentro passando attraverso il cancello. Nel cortile interno si potrebbe incorrere in qualche difficoltà a causa dell’erba e dei rovi che imperversano ovunque.

Storia

Jusovaca è stata fondata dai conquistatori turchi verso la metà del XIX secolo come prigione e campo di addestramento per i soldati turchi stazionati a Podgorica.

Nel 1878, il Congresso di Berlino pose la parola fine al dominio ottomano nel Montenegro e il paese divenne indipendente. Nonostante ciò, il carcere mantenne il suo uso originale. Si dice che i suoi detenuti siano stati per lo più piccoli criminali e contrabbandieri di tabacco (tabacco di cui era molto ben fornito il Montenegro).

Source: Facebook group “Kulturno Istorijski Spomenik Jusovaca”

La trasformazione di Jusovaca da prigione “di poco conto” a una seria struttura correzionale è iniziata con le due guerre mondiali, quando la città di Podgorica fu messa in ginocchio. Quando il Montenegro cadde sotto l’occupazione austro-ungarica nella prima guerra mondiale, molti patrioti montenegrini si trovarono improvvisamente dietro le sbarre di Jusovaca.

Nella seconda guerra mondiale, il Montenegro fu conquistato per la prima volta dall’Italia fascista e poco dopo dalla Germania nazista. Ciò ha determinato un’impennata dei tassi di incarcerazione nazionali. In quegli stessi anni fu costruita una struttura femminile, separata dal resto della prigione, al fine di fornire nuove celle ai 1500/2000 possibili e futuri prigionieri. Ex detenuti, molti dei quali finiti per essere giustiziati o torturati per i crimini commessi, hanno descritto le condizioni di vita disumane subite in queste unità.

Il declino di Jusovaca è iniziato negli anni ’60. Il cambiamento dell’atmosfera politica e l’apertura della nuova prigione di Spuz a Podgorica hanno costretto il vecchio carcere a chiudere definitivamente negli anni ’80. Dopo questo gli edifici servirono da case per le famiglie delle ex guardie carcerarie, che in quel momento avrebbero dovuto affrontare il pensionamento anticipato e un futuro incerto.

Descrizione

Se mai mi facessero la domanda “sei mai andato in prigione”, ora potrei rispondere “certamente, due volte. Una in Thailandia e l’altra in Montenegro”.

Mi avventuro dentro il carcere alle dieci di mattina, quando il sole non è ancora alto in cielo e le nuvole portano ancora un po’ d’ombra a quelle strade ancor deserte di una capitale che, a parer mio, non mostra alcun segno di vita.

Il primo piano è completamente collassato. Mi limito ad arrivare fino al pianerottolo per dare una sbirciata, senza metter piede in alcuna delle travi marce e bruciate.

Il giardino è accessibile dal retro ma fino a un certo punto, dove le erbacce e i rovi lo permettono. A testimonianza della prigione femminile, non rimangono altro che quattro mura e alcune travi.

Visitabili invece sono i corridoi e le celle al lato destro della struttura. La luce entra fievole e quasi sfocata, filtrata dalle grate e dalle sbarre di metallo che assieme alla porta d’ingresso vanno a chiudere la stanza ai due lati. Dove il terreno è stato scavato si possono osservare i lavori di restauro, iniziati ma mai finiti.

Nel giardino frontale posso assistere alla vita di qualche famiglia di senzatetto, con passeggini, moto-giocattolo, sedie e tavoli imbanditi di spazzatura. Il tutto sotto l’ombra esigua di un vigneto.

Nel giardino frontale posso assistere alla vita di qualche famiglia di senzatetto, con passeggini, moto-giocattolo, sedie e tavoli imbanditi di spazzatura. Il tutto sotto l’ombra esigua di un vigneto. Seguendo alcune orme lasciate dai rifiuti finisco per entrare dentro la loro “casa”. Un odore di marcio si propaga per tutte le stanze. Inseguendolo involontariamente mi porta davanti alla carcassa di un gatto spiaccicato sul pavimento. Ai lati dell’atrio due camere piene fino all’orlo di spazzatura.

Alle mie spalle mi ritrovo a tu per tu con una bambola senza alcuna identità, con i capelli che arrivano fino alle punte dei piedi. Si rigira su se stessa, appesa con un fil di plastica dalla testa al chiodo fisso al muro. Nelle altre due stanze la situazione si ripete, seppur con mobili e arredi diversi.

Sentendomi non molto a mio agio, mi affretto a ritornare in quello spazio desolato da cui sono venuto una quarantina di minuti prima. All’aria aperta, in mezzo alla strada, stranamente mi sento meno osservato di quando ero dentro le mura.

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