Il sanatorio di Aincourt

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Bang, boom, pew! Pew, pew….boom! Attenzione, granata! Nemico avvistato in lontananza!

Posizione

Il sanatorio si trova a Aincourt. Aincourt è un comune francese situato nel dipartimento della Val-d’Oise nella regione dell’Île-de-France. L’accesso si può effettuare facilmente attraverso uno squarcio nella rete affianco al cancello principale.

Storia

Nel 1929 ci fu una gravissima epidemia di tubercolosi in Francia, che andò a colpire più di 700000 persone e ne uccise almeno 10000. Anche i centri urbani di Parigi non si salvarono.

Cosicché, nel 1930, il Consiglio Generale decise di aprire una “Maison de la Cure” (casa di cura) nel villaggio di Aincourt. Aria fresca, natura, colline e campagna. Era il meglio che si poteva desiderare a quel tempo per la cura della TBC.

Source: https://opacity.us/site264_sanatorium_daincourt.htm

Gli architetti che portarono a termine il progetto furono Edouard Crevel e Paul-Jean Decaux. I lavori cominciarono un anno dopo, nel 1931. Furono eretti tre padiglioni con annesse delle terrazze strategicamente orientate verso sud-est che permettevano ai pazienti di godere al massimo della luce solare e di respirare aria fresca.

Al fine di evitare ulteriori epidemie, i tre padiglioni furono costruiti 400 metri di distanza uno dall’altra. Ognuno di essi poteva contenere fino a 150 pazienti. Il “Pavillon du Docteur-Vian” era destinato alle donne, il “Pavillon Adrien-Bonnefoy-Sibour” agli uomini, e il padiglione centrale “Pavillon des Enfants”, come dice il nome, ai bambini.

Source: https://opacity.us/site264_sanatorium_daincourt.htm#historic|vexin-sanatorium-patient-bed

Completato nel 1933, ogni padiglione era costituito da tre piani. Le stanze venivano separate da appositi vetri per fornire luce solare e mantenere un certo grado di privacy. Le estremità dell’edificio contenevano trombe delle scale arrotondate al fine di massimizzare nuovamente la luce solare e apparire esteticamente gradevoli. Sebbene la costruzione in cemento e gesso possa apparire un po ‘brutalista nei tempi contemporanei, questo stile era piuttosto popolare negli anni ’20.

Ad aggiungersi ai tre padiglioni, c’erano lavanderie, scuole, mortuari, residenza dello stuff e dell’amministrazioni. L’intero campus era disegnato in modo da ricreare la foresta alpina che a quel tempo si credeva avesse delle straordinarie capacità curative. I pazienti non avevano nemmeno il bisogno di raggiungere le montagne in quanto avevano tutto il necessario nel campus. Piante molto particolari crescevano nel parco, e alle volte i padiglioni venivano rinominati secondo le varie specie (Tamarix, Pioppo e Cedro).

Durante l’occupazione nazista nel 40’ i pazienti vennero ricollocati in altri ospedali sparsi per la Francia e il campus diventò un campo di internamento. Nel maggio del 1941 erano imprigionati 667 detenuti, quando al massimo dovevano essercene 150. Centinaia di persone furono deportate nei campi di concentramento di Auschwitz, Buchenwald e Sachsenhausen, per poi non farvi più ritorno. Nel 1994 una lapide fu eretta in onore ai caduti.

Source: https://opacity.us/site264_sanatorium_daincourt.htm#historic|vexin-sanatorium-internment-camp-1940-1941

Dopo la liberazione della Francia avvenuta nel 46’ l’ospedale ricominciò a prendersi cura dei malati di tubercolosi. Nel 1970, dopo l’avvento del vaccino, i malati cominciarono a diminuire fino alla completa chiusura degli stabili negli anni 90’. Gli edifici sono registrati come monumenti storici dal febbraio 1992.

Descrizione

Arrivo in questo villaggio nel mezzo del Parco naturale regionale francese di Vexin nel primo pomeriggio. Come se niente fosse, mi addentro prima passando attraverso lo squarcio nella rete, e poi nell’erba e nel terriccio bagnato. Piano piano intravedo l’enorme struttura in tutta la sua grandezza. Ciò che ne rimane è solo che lo scheletro, la carcassa in putrefazione, laddove mosche, insetti e topi sono riusciti a costruire il proprio salone da pranzo.

Ci sono due tipologie di esseri umani che vengono a visitare questo luogo, gli urbexer e chi pratica softair. Difatti, al mio arrivo, sono presenti entrambi. In corso ci sono sparatorie da un angolo all’altro delle stanze, e i corridoi assomigliano più a delle trincee. Ai piani superiori corrono come dei forsennati alla ricerca del nemico da abbattere. Passi pesanti e repentini che fanno tremare perfino il calcestruzzo armato.

Quasi fosse uno scenario apocalittico, nei sotterranei mi ritrovo catapultato in un insieme di tubi e di cavi elettrici. Ad ogni 10 passi arrivo in una nuova stanza, e una nuova stanza mi fa conoscere nuove creature. Graffiti che si animano e mi guidano. Creature che graffiano e mordono, ma è ancora troppo presto per il loro risveglio. Noi siamo creature diurne, Loro notturne.

Nei piani superiori percorriamo corridoi infiniti ricoperti in tutta la loro lunghezza nuovamente da graffiti di vario tipo. Panda, alieni, scimmie che fumano, pagliacci, dissennatori. Faccio la conoscenza con ognuno di esse.

Tutto d’un tratto uno spazio si apre, ed ecco qui la sala prove e il cinema. Dei teloni di plastica fluttuano nell’aria. Molto piacevole se non fosse per il rumore che la gentaglia che ci circonda crea ad ogni suo schiamazzo e salto.

Quando arrivo all’ultimo piano ho il piacere di godere di una vista mozzafiato. Tutto attorno boschi e campagna, ed io sopra a questo ammasso di calcestruzzo armato, che una volta era un istituto per il ricovero dei malati da peste.

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