Tutti in pensione!

Tutti in pensione!

E’ giunto il momento di ritirarsi a vita privata, di andare in “pensione”, come dicono gli umani. Dopo aver adempiuto al nostro dovere, dopo aver combattuto innumerevoli battaglie nella volta celeste e aver sorvolato i cieli di tutta la Russia, ci siamo finalmente accasciati a terra.

Posizione

Il cimitero di aeroplani si trova a Monino, poco dopo il Museo centrale della Federazione Russa delle aeronautiche militari. Per entrare dovrete seguire tutto il perimetro del museo, fino al punto in cui troverete una specie di rete. A questo punto dovrete solo scavalcarla e vi ritroverete nel cimitero degli aerei abbandonati.

Storia

Il museo di Monino è uno dei più grandi musei del mondo di aviazione e il più grande per gli aerei russi. Vi sono esposti 173 aerei, 127 motori di aereo e sono in mostra collezioni di armi, strumenti, uniformi, opere d’arte e altri oggetti legati all’aeronautica.

Grazie al museo di Monino è possibile tracciare quasi tutta la storia dell’aviazione russa a partire dal 1909

Insediato in un’area tuttora militare appartenente alla vicina Accademia dell’Aeronautica Gagarin, è stato aperto nel 1958. Prima del 2001, la struttura era chiusa al pubblico, perché esponeva prototipi con dati ancora riservati, provenienti dall’era della Unione Sovietica. Sono proprio questi progetti a rendere la raccolta oggi molto importante. Fino al 1995, quasi tutti questi aeroplani fungevano da tutorial per l’Accademia Aeronautica Gagarin, almeno fino a quando non furono trasferiti (alcuni in già cattive condizioni) al museo di Monino.

A partire dal 2003 il Museo dell’Aeronautica della Russia ha condotto spettacoli aerei con la partecipazione di leggende aeronautiche della Guerra Mondiale II, piloti moderni, oltre al volo di mongolfiere e dirigibili. Gli spettacoli aerei si svolgono tradizionalmente nei giorni festivi (9 maggio e 12 giugno).

Dal 2001 fino all’estate 2006 era comunque necessario per visitare il museo uno speciale permesso, che adesso non è più richiesto.

Le restanti strutture della base aerea, compresa la pista, sono ora abbandonate

Descrizione

Tempo di ritirarsi a vita privata, ad essere padroni di noi stessi. Non avremo più bisogno di qualcuno che ci piloti, ma saremo noi i piloti di noi stessi.

Il motore è il cuore di un aereo, ma il pilota è la sua anima. E’ questo che gli umani pensano. Il problema resta che quest’ultimi non si mettono mai nei panni di qualcun altro.

Guardandoci attorno scavalchiamo la rete, quasi fossimo delle volpi in cerca di cibo. Le nostre fotocamere sono già puntate in direzione degli aerei, mentre li squadriamo dall’alto in basso. Raggiunto il primo aereo ci indirizziamo verso la sua pancia. “E’ enorme, un dinosauro oserei dire!” commento. 

Gli altri attorno non raggiungono nemmeno la metà della lunghezza di quest’ultimo. Alcuni di essi sono dei veri e propri elicotteri, altri aerei da caccia, e altri ancora dei bombardieri. Quasi tutti portano il segno indistinguibile dell’URSS, l’emblema della falce e martello con sopra una stella rossa, oramai sbiadita nel tempo. Altri invece portano la scritta cirillica CCCP, che tradotta va a indicare l’Unione delle Repubbliche Socialistiche Sovietiche.

Dopo aver fatto le scimmie per ore ed esserci arrampicati sopra alcuni aerei, con annesse delle photosessions alquanto divertenti, siamo costretti ad abbandonare l’area.

Scavalchiamo la rete e come se non fosse accaduto niente ritorniamo a passo lento verso la stazione dei treni.

Sulla mappa:

Monino in Rovina

Monino in Rovina

Alla ricerca degli aerei perduti, in mezzo a fango e neve, io e Giada, la mia compagna di viaggio, ci avventuriamo nei meandri di Monino.

Posizione

Gli edifici abbandonati si trovano a Monino, 150km da Mosca raggiungibile facilmente con 2 ore di elektricka. Attorno al Museo dell’Aeronautica Centrale si trovano vari edifici in disuso, anche se in alcuni rimane ancora il divieto d’accesso.

Descrizione

La nostra ricerca comincia dalla stazione dei treni, dove con il nostro russo stentato cerchiamo di farci capire e chiedere indicazioni riguardanti gli aerei abbandonati. Purtroppo, come già sospettavamo in precedenza, tutti ci indicano la strada per il museo.

Dopo aver fatto una capatina al supermercato, ci avviamo verso il museo dove speriamo di trovare qualche informazione. Per nostra sfortuna anche qui riceviamo solo un’infinita carrellata di parole in russo di cui non sappiamo nemmeno il significato.

“Uf, credo che non capiscano quello che realmente vogliamo visitare” penso tra me e me.

Detto ciò incominciamo a visitare i dintorni con l’ausilio (non accurato) delle mappe. Facciamo qualche passo indietro e ritorniamo nella strada principale. Arrivando al museo adocchiamo qualche edificio abbandonato. Facendoci strada tra i 30cm di neve raggiungiamo il primo casolare. Non appena metto piede dentro sento un rumore alquanto strano: un cane di grossa taglia si alza dalla stanza vicina e si avvicina a passo svelto. Io rimango ad osservarlo, nello stesso tempo estraggo la macchina fotografica dalla fodera per immortalare il momento. Lui però, quasi infastidito, prende la porta alla mia sinistra e se ne fugge via. Oltre al cane all’interno di questo edificio troviamo solo ruderi. Nell’altro stabile vicino ci aspetta un corridoio interminabile, con delle porte blu ai lati. Le stanze o sono ricoperte d’immondizia e neve, oppure di qualche scartoffia o di mobilia mangiata dall’umidità.

Passando a lato del museo e prendendo una via probabilmente privata, ci troviamo davanti a un cancello. In cirillico c’è scritto qualcosa relativo alla polizia e al divieto d’entrata. Decidiamo di aggirare l’ostacolo ed entrare da un’altra parte. Passiamo davanti a una specie di Murales, con la polizia che a 100 metri di distanza, oltre al cancello d’entrata, si ferma con la macchina. Proseguiamo come se non fosse successo niente.

All’interno di questo lotto ci sono altri casolari abbandonati, anch’essi sommersi dalla neve e silenziosi come la foresta che sta loro accanto. Condividono gli stessi momenti e le stesse emozioni. La loro reazione alla nostra visita è infatti alquanto inusuale per altrettanto inusuali visitatori.

Sulla mappa:

I villaggi delle paludi

I villaggi delle paludi

Ci sentivamo proprio come nel film “Stalker” di Andrej Tarkovsky: una zona da raggiungere e l’ambiente circostante che lentamente ci logorava.  Una strada impervia e a tratti non percorribile se non a piedi, che gradualmente ci portava allo stremo delle nostre forze. 

Posizione

I villaggi abbandonati si trovano a 70km da Pietroburgo, Russia. Per orientarsi bisogna prendere come punto di riferimento il villaggio urbano di Naziya (Назия). Dopo quest’ultimo centro abitato incomincerà il viaggio indietro nel tempo.

Storia

La leggenda narra che un gruppo di americani giunse in questi villaggi nel 1933 con lo scopo di estrarre la torba. Furono costruiti un totale di 8 villaggi, 5 dei quali sono sopravissuti e gli altri vennero distrutti durante la WW2. L’area che corrispondeva a questi 8 villaggi veniva chiamata “America”.

A contestare e negare tutto ciò ci sono gli abitanti del luogo, I quali sostengono di non aver mai avvistato americani nella loro zona. 

In principio c’era un solo villaggio il quale distava 5 km da casa nostra e che dovevamo raggiungere ogni giorno a piedi. Da quel momento cominciammo a chiamarlo America per via della distanza che dovevamo percorrere,” ci comunica Alexander Spirin.

Sebbene la guerra fermò l’estrazione di torba, 30 anni dopo (1960) riprese ancora con più vigore: furono costruite diverse fabbriche di alimenti e diversi negozi. Tutto continuò fino agli anni 80, periodo in cui non ci fù più bisogno della torba e così gli operai iniziarono a spostarsi dalle loro case per andare a vivere nelle città vicine.

Descrizione

Il primo villaggio siamo riusciti a raggiungerlo in macchina, con qualche ora di ritardo e un paio di scarpe con “20cm centimetri di fango” sul tacco. Per nostra sfortuna la zona circostante è un tutt’uno con l’acqua- un vero e proprio acquitrino, quasi fosse Venezia prima di essere bonificata.

Per raggiungere il primo casolare abbandonato siamo costretti a passare per una stradina che ci conduce nel mezzo di una dozzina di casette abitate. La nostra curiosità da persone d’altro mondo ci porta a indagare come vive questa gente. Il papà che spinge i figli nell’altalena, il cane alla sua sinistra che abbaia e una signora anziana che osserva  il tutto da dentro il calduccio della sua izba: potremmo dipingere in un quadro quell’istante.

Procediamo attraverso il sentiero battuto per passare vicino a una specie di bunker interrato, vicino c’è un cratere simile a quello provocato dall’esplosione di una bomba, per poi giungere davanti al primo casolare abbandonato.

La casetta cade quasi a pezzi, ma è rimasto ancora qualcosa al suo interno. Pentole, padelle, calendari, un armadio e qualche vestito, il resto è stato portato via. Il soffitto in alcuni punti ha ceduto, più che altro però dobbiamo stare attenti a ciò che “giace” sotto i nostri piedi. Più di una volta mi sono ritrovato con un “piede nella fossa”. 

Seguendo il sentiero c’imbattiamo nuovamente in un’altra casa, ugualmente deteriorata dal tempo. Il pavimento in legno è inzuppato d’acqua e in alcuni punti completamente marcio, assume un color scuro quasi nero. 

Al suo interno però ci aspetta qualcosa di sorprendente. In cucina, nel soggiorno e nel letto troviamo residui, foto, bottoni, ricordi e libri di un recente passato. Nella nostra mente appare un’immagine in bianco e nero e, come se ci trovassimo in un cortometraggio, guardiamo le vite di questa gente. La mamma che cuciva, la sorella e il fratello che saltavano nel letto, il padre che ritornava a casa dalla caccia, il micio vicino alla stufa. Ora rimane solo il calco dei loro fantasmi improntato nei muri. 

Non osiamo entrare nel soppalco immerso dalla polvere e ragnatele, così usciamo di casa e ci avviciniamo al pozzo per osservare l’acqua torpida che giace immobile nel fondo. Usciti dal recinto facciamo la strada a ritroso e ritorniamo alla macchina.

Non rimangono molte ore prima del calar del sole” comunico a Nastia.

Marina e Alex nel frattempo sono già entrati in auto, pronti per altri sbalzi, scivolate nelle pozzanghere e un interminabile su e giù tra le varie buche scavate nel terreno dalla pioggia. 

È fu così che abbiamo iniziato a marciare, tra uno scossone e l’altro, uno sbalzo e un immersione, trovando il nostro pane quotidiano. 

A un certo punto decidiamo di lasciare la macchina in un angolo della strada e proseguire a piedi.

L’aria si fa più densa col calar del sole, e il freddo comincia ad arrampicarsi su per le caviglie.

Decidiamo di accelerare il passo cosicché alle 16:30 giungiamo al secondo villaggio.

Ci troviamo di fronte a una schiera di case in legno abbandonate. Controlliamo le entrate, ma purtroppo tutte sono state in un modo o nell’altro sigillate. Poco distante due camioncini ci fanno ritornare ai tempi dell’Unione sovietica. Perpendicolari alla schiera di case abbandonate ne adocchiamo altre due, deliziose e molto semplici, che però non hanno l’aria di essere disabitate

Ci allontaniamo da questo piccolo agglomerato per ritornare nella “strada maestra”. Passiamo davanti a una izba molto suggestivo, che si erige all’incrocio tra due strade e nel mezzo di una triade di pini. Nell’albero più adiacente a noi aleggia a mezz’aria quella che sembra essere una casetta per uccelli.

L’interno dell’abitazione è vuoto e un ammasso di mobili blocca quello che potrebbe essere l’accesso allo scantinato.

Proseguendo c’imbattiamo in una specie di torre, eretta completamente in tronchi di legno, con il solo probabile scopo di funzionare come magazzino.

Attraversiamo un ponticello a sua volta in legno. Optiamo per fermarci qualche decina di minuti per uno spuntino e poi ritornare alla macchina. Proprio nel bel mezzo del nostro pranzo vediamo in lontananza, appena uscito da una schiera di case, un animale a quattro zampe. La mia vista non è delle migliori ma i nostri compagni intuiscono subito che è un cane. Appena quest’ultimo ci vede non ci pensa due volte a correrci felice incontro, saltandoci addosso e perfino rubandoci un’arancia. Con nostra fortuna il padrone è un tipo amichevole e allegramente incomincia a parlare con il nostro gruppo.

Sapete, il mio amico ha una macchina e potrebbe accompagnarvi alla vostra. Dovrebbero partire tra un paio di minuti” ci comunica il signore dal sopracciglio folto e nero.

Ringraziamo e subito dopo ci avviamo verso l’auto.

Sarebbe stato bello dormire e conoscere meglio questa zona e la quotidianità di questa gente” sussurra Jacopo a Nastia.

Troppo tardi.

Nella via di ritorno veniamo avvolti dall’oscurità e dal silenzio, dal buio e dal gelo, dal mistero e dalla curiosità. Un mondo che non molti hanno visto e vissuto, dove i pochi abitanti rimasti sperduti nel mezzo di questi acquitrini sperimentano ogni giorno.

On the map: